Dico la mia a caldo sull’intenso weekend immaginale che si è concluso oggi. I partecipanti, oltre al sottoscritto e Fabio (in ordine alfabetico): Dania, Lorenza, Mario, Rachele, Stefania e Vito (marito di Lorenza). Mi viene da ringraziare tutti per i contributi, spesso originali, sempre pregnanti. E grazie a Mario per aver trovato il luogo (un agriturismo nel Monferrato), a Rachele per avere organizzato, a Fabio per aver coordinato.
Nel primo pomeriggio di sabato Rachele ha proposto e condotto, come introduzione alla radura, un’interessante esercizio di corporeità immaginale, che abbinava la visualizzazione di immagini e movimenti del corpo, che sono confluiti in una danza collettiva. Personalmente ne ho apprezzato l’effetto di rilassamento profondo e di connessione, visiva e tattile, con i miei compagni immaginali (ma così reali ...).
Ci siamo confrontati quindi sui testi letterari su cui lavorare. Dania ci ha svelato una singolare opera, a metà tra scrittura e pittura, "Da là sotto vengono gli esperti", di Marco Vinicio Masoni, che è rimasta visibile a tutti, per tutto il pomeriggio, come una sorta di nume tutelare: forse in questo modo è stata una silente, subliminale fonte di immagini, al di là di quelle che siamo riusciti a esplicitare.
Fabio ha proposto poi a ciascuno di noi di parlare del modo in cui siamo approdati all’immaginale: una proposta che abbiamo accolto, che ci ha fatto posticipare la “messa in opera” dell’esperienza immaginale, ma che abbiamo accolto con piacere, evidentemente perché rispondeva a un nostro bisogno di riflettere sulla nostra motivazione e sul significato di quanto stavamo facendo, di attingere e dirci il senso che per noi ha l’esperienza immaginale. Se ne è andato così tutto il pomeriggio, senza che ce ne rendessimo conto: il tempo è volato, senza neanche una pausa, senza intervallo. Molti i motivi emersi, rilevanti le questioni aperte: la relazione e possibile integrazione tra immagini, emozioni, corporeità; il rapporto tra struttura e libertà; gli altri esseri umani come preziosa fonte di immagini, da considerare in aggiunta alle opere; il potenziale generativo e trasformativo delle immagini; il valore produttivo e generativo del caos; il rischio di perderci insito nelle immagini archetipiche e la follia come rischio supremo; immagini e malattia; gli insight; la tentazione di esorcizzare le immagini attraverso la mentalizzazione, la concettualizzazione; il rapporto tra immagini e concretezza, dove per "concretezza" possiamo intendere le aspettative (e i pregiudizi) generate dal nostro abituale orientamento pragmatico, ma anche un salutare bisogno di ancoraggio nel quotidiano, nel corporeo, che anche Jung aveva avvertito durante la sua avventura con il Libro Rosso; il valore autonomo che ha in se stessa l’esperienza immaginale, la sua gratuità; l’immaginale come esperienza di ascolto senza giudizio; le possibili forme della restituzione.
Prima di cena, in un momento in cui ci stavamo interrogando sul da farsi nel poco tempo rimasto, emozionato da alcuni temi emersi (la libertà, la follia …), ho avvertito l’urgenza di proporre la lettura di una mia poesia: proposta accolta. La poesia che ho letto, “Antipsichiatria poetica”, ha dato luogo naturalmente, senza bisogno di un invito esplicito, da parte mia o di Fabio, a una breve ma intensa meditazione immaginale, che mi ha arricchito e toccato. Lorenza ha attirato l’attenzione sull’analogia tra l’immagine con la quale inizia la poesia e l’immagine rappresentata dal’opera figurativa “Charlie non fa il surf”, che campeggiava sulla copertina del nostro quaderno immaginale.
La sera abbiamo visto, su proposta di Fabio, il film “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, tratto dall’omonimo romanzo di Kundera: un film molto lungo e ricco di motivi immaginali.
La mattina di domenica ci siamo dedicati a quest’opera. Rimaneva poco tempo e la mia richiesta di trovare il tempo per esplorare un’opera letteraria ha trovato un’inattesa e originale risposta in Mario, che sincronicamente, aprendo a caso le pagine di un suo libro, di una poetessa contemporanea, Nicoletta Bidoia, ci ha letto tre poesie, che abbiamo riconosciuto come la voce dei tre protagonisti del film. Abbiamo accolto questa lettura come conclusione della fase di restituzione.
In questo contesto l’entrata nel gruppo di Vito, senza precedenti esperienze immaginali ma con esperienze di altro tipo, culturalmente affini, è stato avvertito come un fattore di arricchimento, con un suo contributo di immagini e riflessioni.
È stato un weekend che, pur partendo dalla struttura formativa appresa nei residenziali a Verbania, grazie all’estrema flessibilità e versatilità dello stile di conduzione di Fabio (che personalmente ho apprezzato) si è svolto all’insegna di una sperimentazione, fertile di motivi di riflessione. Mi viene da dire: un workshop guidato, più che da un programma predefinito (e in effetti mai definito), dalla persona del conduttore (che ha lasciato molto spazio: una conduzione … taoista…) o dalle opere scelte (alla fine abbiamo trattato opere diverse, da quelle proposte all’inizio), dalle immagini stesse; da immagini trasversali rispetto alle opere e anche alla tipologia di opera (testo letterario, pittura, film); immagini che esondavano da un’opera all’altra, manifestando in diverse occasioni il proprio potenziale di sincronicità e portandoci a esplorare una linea di ricerca, che a mio avviso rientra nella tradizione immaginale, quella dell’amplificazione di junghiana memoria.
Un weekend a tratti caotico e dispersivo, in cui abbiamo sperimentato anche qualche momento di smarrimento: quando abbiamo avvertito il rischio della dispersività, dell’interpretazione concettualizzante, ci ha soccorso una capacità di autoregolazione che ci ha fatto toccare con mano la nostra maturazione non solo nel livello di apprendimento immaginale, ma anche come gruppo, come rispetto reciproco e intensità di relazione; quando stavamo perdendo il filo, ci ha soccorso … la sincronicità.
Quanto è accaduto nel Monferrato, per la sua destrutturazione, imprevedibilità, per le caratteristiche particolari del gruppo di persone in cui è nato, non può certo essere proposto come qualcosa da replicare in altri contesti. Ma sono tornato a casa con un senso di libertà, apertura e fiducia nelle immagini, arricchito da spunti e riflessioni di portata più generale. In particolare, restano aperte alcune questioni di metodo, rispetto alle quali personalmente non ho una risposta: le sottopongo ai compagni di viaggio immaginale e ai nostri docenti.
- Come incoraggiare una sperimentazione, che può dare vitalità all’esperienza immaginale? come farlo senza rinunciare al valore di una struttura, di cui abbiamo compreso a pieno il valore proprio nei momento in cui più l’abbiamo persa di vista? Non parlo solo delle regole ma anche e soprattutto dei vincoli temporali, ai quali non abbiamo dedicato sufficiente attenzione ... E in che misura la struttura può nascere, al di là del programma e della metodologia, dalle immagini stesse, dalla loro struttura sottostante?
- Quale può essere il valore, la funzione di una forma di introduzione alla radura più legata alla corporeità, al sentire e all’espressività del corpo, come quella che abbiamo sperimentato sabato?
- L’esercizio delle amplificazione delle immagini, come lo intende Jung, può entrare nel metodo classico di conduzione dell’esperienza immaginale, come definito da Paolo Mottana? In particolare, potrebbe entrare nella fase finale della restituzione? E/o potrebbe essere utile per un diverso percorso di esplorazione immaginale che parta da specifiche tematiche e non dalle opere? Che cioè conduca dai temi alle opere pertinenti e non viceversa?
- Personalmente ho trovato che in questo nostro weekend la restituzione attraverso altre immagini, in particolare la restituzione di un film attraverso la lettura di tre brevi testi poetici o la restituzione della mia poesia mostrando un’opera figurativa, sia stata più pregnante dell’esercizio consueto di re-titolazione. A questo proposito, quali altri mezzi di restituzione, meno concettuali e più espressivi rispetto alla titolazione, si possono immaginare? Ad es. gesti, danze, canti, brevi esercizi di scrittura creativa?
- Se ora chiudo gli occhi, ciò che vedo non sono le immagini di cui abbiamo parlato, sono i volti appassionati, commossi dei miei compagni di immaginazione. Le immagini hanno bisogno di spazio, ma non nascono in uno spazio vuoto: nascono da concreti soggetti umani. In che modo il gruppo è una risorsa, un terreno da coltivare per le immagini? In che misura l'alchimia delle relazioni può contribuire al buon esito di un’esperienza immaginale e influire sulle immagini che sorgono? Può avere senso dedicare una cura specifica, nella "radura" immaginale, alle relazioni tra i partecipanti, alle loro dinamiche, nonché a quanto accade internamente ai singoli individui?
Come non rimanere sbalorditi dalla magnificenza, precisione, leggerezza del tuo resoconto, caro Paolo? Sei un reporter di alto profilo, pertanto meriti la quarta poesia, sempre tratta dal libro della Bidoia.
RispondiEliminaE ora non ci resta che guardare
in attesa che il miracolo accada,
sperando che tutto questo attraversare
ci porti nel punto esatto dove siamo
e che non sappiamo.
Poesia stupenda!
RispondiEliminaEsprime in poche parole l'essenza dell'immaginale e di tutte le tecniche, occidentali e orientali, che hanno il fine di ricondurci a noi stessi.
Grazie Mario ...