mercoledì 13 aprile 2011

Tra spinaci e Spinoza,nell'effimero vuoto del reale.

Sgombriamo il campo da un equivoco. Scrivere di letteratura, che sia immaginale o meno, non significa possedere il senso del reale e riprodurlo come se la realtà fosse un lavello su cui profondere o gettare la nostra soggettività. Scrittori di realtà, o scrittori di esercizi di stile, o comunque chiusi in una loro biosfera, insensibili al richiamo del sociale, di quanto accade nel Belpaese o sulle sponde islamiche. Un nutrito esercito di critici propende per l'arte realistica a scapito dell'immaginario, come se quest'ultimo fosse un accessorio glamour da relegare nel parco giochi dei bambini, o degli innamorati. Da qui il braccio di ferro ( gli spinaci come dato oggettivo, commestibile, e descrivibile nella cruda essenza) tra racconti e romanzi che si occupano del presente , o rivisitano il passato, ma sempre alla luce della storia, della biografia, qualcosa che comunque possegga dei riferimenti notarili, contabili, e chi invece si cimenta con la scrittura come terreno dell'esplorabile, di "mondi che non hanno aspettato noi per formarsi", mosso da quell'energia creativa che ti deriva in ogni caso dal rapporto, simmetrico o meno, con l'Altro da sè, si chiami amore, alter ego, o "gola profonda". E qui ci sta Bataille, e qui si muove Spinoza, ma anche Proust gioca le sue carte su scenari dove la realtà è reinvenzione del mondo, del gesto, dello sguardo. Se devo dipingere un platano per imbrattare una tela, tanto vale fotografarlo. Al di là di ogni sentimento inquisitorio, gran parte della scrittura che leggiamo è una scrittura giornalistica, mediata dalla connessione di proiezioni addizionali più che di sottrazioni riflessive, capaci di aggregare un fatto, o un'emozione, a una visione poetica dell'esistenza. Se leggiamo una scena di sesso in Bassa Baviera, e sostituiamo sesso con caccia per ricordarci il film di Peter Fleischmann ( un titolo a caso, del 1968, anno dell'imagination au pouvoir) ci troviamo di fronte a due possibilità: o andiamo giù piatti ( e consumato il pasto non ne avremo memoria), o usiamo metafore fuori luogo ( il cavaliere che sfodera la spada di fronte alla " rosa purpurea del Cairo") e qui la Cecilia di turno ci condisce via con le besciamelle al forno;oppure possiamo tentare, contaminando i linguaggi che abbiamo a disposizione, di creare senso, significati, a cui i lettori possono aggiungere la loro esperienza di condivisione o meno di quanto esplicitato, dando comunque loro una traiettoria, un percorso immaginale non del tutto finito, non del tutto descritto. Insomma, si dividono i segni per dare corpo a una terapia della passione come immanenza di un vincolo, qualcosa a cui agganciarsi per rimettersi sulla fune. E vedere l'effetto che fa. O stai in equilibrio, o cadi. Ma cadere nelle braccia del desiderio diventa un'indicazione preziosa per capire se ero una deriva, o un approdo per il soggetto che voglio includere, o eliminare. Nel dubbio, come ha scritto quel genio di Marco Pesatori ( che scrive da dio ma nessuno lo allocherebbe in qualche catalogo per il Nobel), " se sulle labbra di qualcuno dovesse diminuire il numero dei baci, è perchè il noto e l'usuale stanno per lasciare il passo all'incantevole mistero". Per farla breve. Pensateci sopra. ( Chi scrive su chi scrive?) Come si fa a controllare il linguaggio quando erompe e rompe con lo schema? Pensateci. Sottosopra. Versione light, o spessore in acciaio. Irriverente. Sguaiata. La giusta donna maschio in una serie di nude sedute. Da portare a casa. Non nel cuore della tua casa, ma nella casa del tuo cuore. E qui, o butti o ti mangi gli spinaci, ma tieni Spinoza e Lei sarà la tua lettrice.

martedì 12 aprile 2011

Minimal imagine.

Sdraiatevi su un prato, o su un letto, e chiudete gli occhi. Mettete in sottofondo Cosmic Love di Kitaro, isolatevi dal resto del mondo e girate il pensiero su questa frase di Proust, " l'amore ha come oggetto un corpo solo se in esso si fondono un'emozione, la paura di perderlo, l'incertezza di ritrovarlo". In una società "liquida" come la nostra, pensate di potere sottrarvi a questa equazione dell'inquietudine, dove le geometrie sensoriali non s'intersecano con il desiderio, o la proiezione della sua mancanza? Provateci. Magari appartenete al controcanto dei neostoici, i dissimulatori dell'esistente, quelli che non fanno una piega, nemmeno quando una voce gli spiega che bisogna rifare le cartine geografiche del Giappone, perchè per loro un sisma è solo un piccolo spostamento del proprio ombelico intorno a cui ruota l'ombrello dei pensieri, tutti volti al soddisfacimento del consumo, preferibilmente immediato, quello che fa tendenza e li proietta in un universo fantasmatico, dove le tentazioni vanno esaudite, con lo specchio delle brame a riflettere l'ego e i suoi veleni. Se poi siete sposati, chiudete gli occhi due volte. La prima per dimenticare di aver accanto un'immagine che va fuori campo ogni volta che accostate parole come felicità, passione, lasciando perdere la fusione che andrebbe a contaminare le zone residue del vostro cervello che ancora funzionano. La seconda vi dovrebbe servire a riorientare la vostra collocazione spaziale nella geotermia emozionale che vi siete conquistati nel talamo. Se rimanete freddi di fronte a un'ipotetica variabile di gelosia, allora potete salutare Wittgenstein e fare della vostra esperienza il vostro campo di battaglia, il vostro punto di osservazione. Avete già fottuto, o vi siete già fatti fottere dalle fate. Non andate a caso, visto che siete a casa, con gli occhi chiusi. Concentratevi sul vostro respiro in modo che diventi sempre più lento, un quasi nulla ontologico da cui partire verso dove volete. Scegliete un materiale. Lasciate perdere il vetro e il ferro che tolgono calore, optate per il legno, per le tonalità calde, anche in presenza di temperature tropicali. Entrate in uno stato di grazia, senza sottolineare in rosso l'inflessibilità delle virgole, o tutti quei punti su cui vorreste ritornare per spiegare, per aver ragione, per vedere se il modello funziona e voi governate la nave con o senza la vostra sirena.Con o senza il vostro principe. Sul pisello, o sul cestello, sarà solo una distonia neurovegetativa. Avete blindato la porta di casa. Non blindate i vostri sentimenti. Lasciateli andare alla deriva. Senza di loro potreste fare le valigie e partire per Lisbona, rifacendo a piedi Rua do Carmo per almeno tre volte, fino allo sfinimento. Esponetevi. Andate incontro alla nuda vita, senza che altri possano raggiungervi con quelle linguacce da rospi mediatici e salvifici. Entrate in sintonia con un'immagine minima, essenziale, e lasciatevi travolgere da questa immanenza erotica verso l'Altro. Non fate di un incontro una relazione tascabile. Fate di un bacio una rete solare che si propaga nella consapevolezza. Lasciate il coach e l'odalisca ai loro destini. Bruciate le menzogne con uno sguardo, e rompete l'amicizia se questa è falsa e si regge sulla dinamica del bisogno. Entrate in una costellazione di senso svegliando ogni senso su chi vi ama. Siate una rara occasione per vivere e farvi vivere. Mai un saldo, un contratto, qualcosa che alla fine crea una frattura tra il vostro destino e quello degli altri. Ricordate che un bacio non si compra e che alla fine, sarà l'immagine, una soltanto, a scrivere un nome nel vostro cuore. Non cercate il potere su chi amate. Un bacio e una carezza vi stanno già cercando.

mercoledì 6 aprile 2011

I pezzi mancanti.

Ci manca sempre qualcosa. Qualche pezzo dell'argenteria. O dell'artiglieria, secondo i casi. Ci manca l'aria, qualche volta.O qualcosa che non quadra all'interno del quadro, e allora devi cercare il dettaglio per ricreare il paesaggio dopo la battaglia, la definizione del tempo giusto per vincere il contrasto. Siamo pezzi mancanti. Manchiamo a noi stessi nel momento in cui tutto sembra splendere per il verso giusto, quando tutto sembra perfetto senza margini di scarto, di ripensamenti dell'ultima ora, con tutti i relais del circuito già filtrati per evitare operazioni fuori luogo. I quadri di una pittrice che dipinge solo mani. La bellezza delle mani, la loro unicità, il modo di stringere un'altra mano o una penna a inchiostro, le nervature, gli spazi lasciati liberi, il modo di incrociare le dita, di accarezzare un viso, di stringere un corpo, di avvolgerlo, di inaugurare un romanzo lasciando che la trama si apra al silenzio, alla veglia, a qualcosa di impercettibile che la mano nasconde e che un dubbio fa affiorare: e se quelle mani altro non fossero che una ricerca, non del tutto segreta, dell'a-ni-ma, del sotteso, del non detto, di quello che si vorrebbe fosse e ancora non é? Almeno nella sua formula più primitiva, non esplicita, non dichiarata.Ci manca sempre qualcosa nel carrello della spesa, delle parole che spendiamo, dei gesti che solo noi conserviamo in memoria, e di quelli che cancelliamo perchè abbiamo abbandonato la postazione e siamo sull'altra linea del fronte, ci sentiamo finalmente a casa dentro quell'infinito abbraccio che non scopre solo la nudità dei corpi, ma la loro caduta, questo cadere negli occhi di un altro, per riscoprire il mondo, l'ineffabile incanto che solo quel secondo, quel preciso istante, regala al cuore, al decimo piano di un'architrave sul lago di Costanza. Ma anche Rotterdam o la City Hall Square di Oslo, non cambia la sostanza, la natura del viaggio. Nel pezzo che cerchiamo, nello strappo che sogniamo per evadere dalla cornice. C'è una luna a cinque stelle fuori di qui perchè continui a girarti nel letto? D'accordo, se ci fosse il vento, il dieci curverebbe sulla lode, o su qualche logo incastonato sulle tue labbra. Per oggi mi hai assassinato con la maestria di un'orafa di Bruges, non posso chiedere a Dio una replica imperfetta del tuo sguardo. Come dire.Facciamo un gioco. Andiamo in simultanea sulla fune. Chi per primo perde l'equilibrio apre la sua ombra e trova il pezzo che gli manca. E tu ci ridi sopra, e non vedi l'ora di ricominciare. Dai pezzi mancanti, dalla meccanica sul quadrante quando con un morso sulla mela, lasci che la mano scivoli via nella geometrica perfezione dell'assenza. Cerca gli occhi sulla tela, non la ragnatela del mondo che tutto copre per non vedere. Batti all'asta il quadro, spia il tuo sonno per capire quello che ti manca.Non girarti. Sono dietro di te.Nelle nere parigine, tolte in prima battuta, per staccare l'ombra da terra.

giovedì 31 marzo 2011

L'immagine dei tuoi occhi.

Portami via con te.Portami lontano da questa città. Portami in un quadro di Rembrandt.Portami dentro la luce di Tallin. Portami dentro di te sul filo teso di questa mattina che non ha voglia di aspettare la notte. Ho voglia che mi leggi, non solo di fianco, o di traverso, o in mezzo alle mie cosce, bianche come pagine di un libro che non hai ancora preso tra le mani.Ti voglio accompagnare mentre mi sfogli e mi scompagini come una matta funambola sull'orlo di un aggettivo che scivola nel freddo e si riscalda tra le pieghe delle mie labbra. Portami oltre le linee di questa stanza, davanti al portico illuminato a giorno, sotto le volte dei tuoi pensieri e dei tuoi colpi, prima che il sole affondi tra le nuvole. Portami fuori da me e fammi cadere nei tuoi occhi e poi aspettami, aspetta che ti trascini nella mia corrente, nel mio vortice d'amore mentre le fiammelle delle candele quasi si sfiorano sulle punte. Portami in un angolo del cielo e lasciami sospesa, che poi ti ricado addosso piena di baci, con il vento che ci fa da cornice e ci salta tra le gambe.Portami all'ingresso e poi rientra ancora per cento, mille volte. Tu l'hai già capito che io sono la lettrice e tu un giocatore degli All Blacks, dai non fare finta, l'aria da monella, da maschiaccio, è solo un vezzo che qui si ribalta. Lo sai che qui mi arrendo, mi fai tua prigioniera, senza ragioni di sorta, o salvacondotti.Portami via con te, che poi ci dividiamo per ritrovarci in sogno. Leggi dai miei occhi quanto ti amo, e come questo quanto non sia ancora abbastanza.Dai, portami via, ti lascio le lenti a contatto.Così non mi perdi di vista e mi vedi di sbieco, mentre mi addormento pensandoti chino su di me mentre mi facevi l'uovo alla coque. Portami in un quadro di Bosch, o nei giardini di Compton House,colami in un labirinto, ma portami via. Portami via. Con te.

giovedì 24 marzo 2011

Dove andare

Viaggiare dentro noi stessi, scrive Paolo. A Sestri Levante, o a Ravenna.Ieri ho fatto un viaggio con Mariza. A Lisbona. Accompagnato dalla sua voce, la più bella voce del fado portoghese in questo momento, la vera erede di Amalia Rodriguez. Una voce calda, inconfondibile, inimitabile. Basta ascoltare un brano come "Chuva" per dire che Fernando Pessoa, il mitico creatore degli eteronimi dei suoi romanzi, aveva ragione quando scriveva che per viaggiare basta esistere. Io viaggio tutti i giorni in mondi che non mi appartengono, in angoli che nessuno conosce, e lascio che il mio corpo prenda possesso dell'immaginario per disegnarvi mappe indecifrabili, un labirinto dove solo la tua mente sa dove puoi trovare l'uscita e incontrare gli occhi di Arianna perchè riflessi negli occhi di una donna non trovi l'eco che ti rimanda una qualunque tua immagine, ovattata dagli eventi di questo mondo frastagliato, ma la conferma di condividere anche un solo attimo, un pensiero, un bacio, una nuvola che si scioglie contro tutte le tessitrici o i tessitori che intorno a te vorrebbero creare nodi e fili spinati. Ogni Teseo deve avere la sua Arianna per muoversi tra i dedali delle vie crucis, o degli angoli paradiso che ci offre il giorno, o il momento e l'occasione. Ogni Arianna deve avere il suo Teseo, il guerriero che porta luce nella penombra inconfessata delle proprie paure. Per questo motivo più che i luoghi, contano le persone. Distesi tra i fili d'erba di una radura, si creano spazi emozionali di una bellezza eterea e divina perchè si è al di fuori di ogni progettualità di consumo.Baciati dal sole, leggiamo sulle labbra dell'altro le onde che ci attraversano e che ci scivolano addosso, lasciando cadere tutte le altre suppellettili. In questo modo usciamo dalle classifiche e dal target dell'ultima ora.Impariamo a ri-conoscerci, scartiamo l'involucro e tagliamo fuori il circuito.Il calcolo che ti fa cadere a occhi aperti dentro altri rapporti. Ma questo l'ha scritto Philippe Sollers. Che ne dite di un week end tra le colline del Monferrato? Passare attraverso l'immagine rettangolare dei suoi paesaggi, e assaporarne le linee curve e morbide, come i fianchi di chi vi sta accanto.Insomma uscire da una superficie e vibrare sullo sfondo di un'immagine non ancora scritta.

martedì 8 marzo 2011

Prossimo incontro marzolino del gruppo

Per la prossima riunione del gruppo propongo di vederci venerdì 11 marzo, presso la Libreria Puerto De Libros, in via Pollaiuolo 5.

Alle 17 ci vediamo Stefania, Mario ed io per parlare del progetto di letteratura immaginale per la scuola. Se qualcuno è interessato, ci diamo appuntamento a quell'ora.

Alle 18 diamo appuntamento a chi è interessato a proseguire la lettura di Ernst Jünger e/o a progettare il weekend immaginale.

Arrivederci a venerdì!

giovedì 3 marzo 2011

un week end immaginale

Un week end immaginale è qualcosa di diverso da un contesto geografico, una meta precisa su cui convogliare desideri e persone, tempo e stati emozionali che uno proietta a livello mentale, prima ancora d'essere partito. Non assomiglia, non ha le caratteristiche di quelle metamorfosi metropolitane dove basta un bagaglino per "vedersi" tra dune o castelli fatati, su spiagge o dentro strade che richiamano atmosfere precise e pulite, con tutte le architetture al posto giusto, senza sbavature di sorta, insomma metti Brema o Amsterdam, qualcosa che abbia comunque il rigore nordico per sfuggire al caos odierno dei siti mediterranei. Un week end immaginale assomiglia in prospettiva a una casa del futuro, quella "passiva" che supera di gran lunga le classificazioni energetiche della classe A. In altri termini una casa che produce energia più di quanto ne consuma. Uscendo da questa metafora, proviamo a fissare qualche parametro indicativo. Il gruppo si ritrova in un punto scelto, ma questa scelta condivisa non è il frutto della somma o delle differenze dei luoghi proposti, è semmai la risultanza di un ricambio d'aria per recuperare idee progettuali e scambiarle su flussi che vengono redistribuiti all'interno dei partecipanti per farne un "opera" attiva, qualcosa che rompe la dicotomia viaggio andata e ritorno, qualcosa che rompe le schermature idealtipo di quanto viene associato a un luogo, per favorire una diversa luminosità, dello sguardo e del pensiero. Un differenziale intellettivo che usa lo scambio dell'immaginario e delle culture dei singoli in un quadro armonico, come se tutto fosse ventilato, pensato, raffreddato al punto giusto per disegnare un ambiente dove tutti si sentono a proprio agio, in un circolo virtuoso che manda a casa tutte le facciate di noi stessi che non ci piacciono, e di cui faremmo anche volentieri a meno nel quotidiano. E' un partire per raccogliere dei frutti agganciati a un desiderio che si consumerà sul posto, permutando cifre e corpi con un taglio netto all'usuale circolazione delle idee.Un week end immaginale insomma, assomiglia a quella che Barthes definiva una "draga". Un piacere sotteso di scoprire nuove sequenze e nuove densità emozionali, ma tutte concatenate poi a un fare che produce uno scarto sul "prima", su come eravamo tre ore prima di partire, e su come saremmo poi tre ore dopo essere ritornati alle proprie abitazioni. Un week end immaginale è una costruzione a più livelli, un gioco, un lavoro, un orientamento che va in profondità e restituisce un risultato, uno spazio calmo di riflessione in cui si va a toccare, in maniera imprevista, e improvvisa, canali immaginativi e corporei che rimanevano bloccati nell'individualismo comune. Bloccati e rimossi, non utilizzati. Perchè è solo dall'altro, dall'interazione, che può nascere un diverso registro di movimento, di progettualità. Un week end immaginale è un'avventura sensoriale. Si è padroni di casa e nello stesso tempo ospiti.Ci si ri-trova nella lentezza del cielo e nella forma delle nuvole, ben sapendo che dalla con-fusione di queste linee, il ricavo geometrico e geotermico sarà superiore alle resistenze della pigrizia.Per farla breve. Un week end che inizia quando termina.