Sgombriamo il campo da un equivoco. Scrivere di letteratura, che sia immaginale o meno, non significa possedere il senso del reale e riprodurlo come se la realtà fosse un lavello su cui profondere o gettare la nostra soggettività. Scrittori di realtà, o scrittori di esercizi di stile, o comunque chiusi in una loro biosfera, insensibili al richiamo del sociale, di quanto accade nel Belpaese o sulle sponde islamiche. Un nutrito esercito di critici propende per l'arte realistica a scapito dell'immaginario, come se quest'ultimo fosse un accessorio glamour da relegare nel parco giochi dei bambini, o degli innamorati. Da qui il braccio di ferro ( gli spinaci come dato oggettivo, commestibile, e descrivibile nella cruda essenza) tra racconti e romanzi che si occupano del presente , o rivisitano il passato, ma sempre alla luce della storia, della biografia, qualcosa che comunque possegga dei riferimenti notarili, contabili, e chi invece si cimenta con la scrittura come terreno dell'esplorabile, di "mondi che non hanno aspettato noi per formarsi", mosso da quell'energia creativa che ti deriva in ogni caso dal rapporto, simmetrico o meno, con l'Altro da sè, si chiami amore, alter ego, o "gola profonda". E qui ci sta Bataille, e qui si muove Spinoza, ma anche Proust gioca le sue carte su scenari dove la realtà è reinvenzione del mondo, del gesto, dello sguardo. Se devo dipingere un platano per imbrattare una tela, tanto vale fotografarlo. Al di là di ogni sentimento inquisitorio, gran parte della scrittura che leggiamo è una scrittura giornalistica, mediata dalla connessione di proiezioni addizionali più che di sottrazioni riflessive, capaci di aggregare un fatto, o un'emozione, a una visione poetica dell'esistenza. Se leggiamo una scena di sesso in Bassa Baviera, e sostituiamo sesso con caccia per ricordarci il film di Peter Fleischmann ( un titolo a caso, del 1968, anno dell'imagination au pouvoir) ci troviamo di fronte a due possibilità: o andiamo giù piatti ( e consumato il pasto non ne avremo memoria), o usiamo metafore fuori luogo ( il cavaliere che sfodera la spada di fronte alla " rosa purpurea del Cairo") e qui la Cecilia di turno ci condisce via con le besciamelle al forno;oppure possiamo tentare, contaminando i linguaggi che abbiamo a disposizione, di creare senso, significati, a cui i lettori possono aggiungere la loro esperienza di condivisione o meno di quanto esplicitato, dando comunque loro una traiettoria, un percorso immaginale non del tutto finito, non del tutto descritto. Insomma, si dividono i segni per dare corpo a una terapia della passione come immanenza di un vincolo, qualcosa a cui agganciarsi per rimettersi sulla fune. E vedere l'effetto che fa. O stai in equilibrio, o cadi. Ma cadere nelle braccia del desiderio diventa un'indicazione preziosa per capire se ero una deriva, o un approdo per il soggetto che voglio includere, o eliminare. Nel dubbio, come ha scritto quel genio di Marco Pesatori ( che scrive da dio ma nessuno lo allocherebbe in qualche catalogo per il Nobel), " se sulle labbra di qualcuno dovesse diminuire il numero dei baci, è perchè il noto e l'usuale stanno per lasciare il passo all'incantevole mistero". Per farla breve. Pensateci sopra. ( Chi scrive su chi scrive?) Come si fa a controllare il linguaggio quando erompe e rompe con lo schema? Pensateci. Sottosopra. Versione light, o spessore in acciaio. Irriverente. Sguaiata. La giusta donna maschio in una serie di nude sedute. Da portare a casa. Non nel cuore della tua casa, ma nella casa del tuo cuore. E qui, o butti o ti mangi gli spinaci, ma tieni Spinoza e Lei sarà la tua lettrice.
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