Lo sguardo immaginale è uno sguardo filosofico.Uno sguardo filosofico non è un gioco estatico per iniziati. Come se dovessimo inerpicarci per pendii scoscesi e dare al paesaggio connotazioni filtrate da una cultura inacessibile che guarda le nuvole con l'ausilio di una maschera.Certo occorre un cambiamento di rotta, e ruotare dal rimosso alla seduzione, eliminando tutti quei dispositivi cui siamo abituati lungo i tragitti delle nostre esposizioni. Si tratti di camminare, o di relazionarci con gli altri, prestare ascolto (quasi mai empatico), digitare fuori o dentro i binari che ci siamo costruiti, aprire o chiudere spazi di comunicazione. Non occorre sgranare gli occhi, ma capire, e vedere che oltre alle rette che seguiamo dal risveglio, ci sono angoli e visuali, solo all'apparenza nascosti, preclusi alla reversibilità dei nostri itinerari mentali. E' come se una volta scesi dal letto, dovessimo agire protetti da guardie del corpo che si chiamano regole conviviali, abitudini, pubbliche virtù, norme sociali che orientano il nostro cammino per proteggerci dal mondo, un mondo di segni che la psicanalisi indirizza verso il sintomo come una premurosa infermiera ci indicherebbe in quale sala dobbiamo fare il prelievo.Uno sguardo immaginale recupera e rovescia le sequenze prestabilite, i compitini ben fatti per la giornata, ci fa uscire dai luoghi sorvegliati per aprirci a una semantica del desiderio dove non devo aspettare le mosse dell'altro per assentarmi a sua insaputa e rientrare da un'altra stanza, da un altro punto scelto a caso nel caos dell'ordine prestabilito. Possiamo tranquillamente starcene nel guscio, o scegliere il battesimo del fuoco che non significa gettarsi nella mischia, o seguire il proprio daimon ai lati di qualche improvviso e sfuggente incantesimo. Uno sguardo immaginale rompe lo schema soggetto- oggetto, trita i luoghi comuni, raffredda i giudizi, li sospende dall'incarico, posa in opera una diversa architettura dell'abitare i luoghi, o le persone, le conoscenze e le opinioni.Ci si pone sulla scacchiera, indifferenti alla posizione che andremo ad occupare, ma consapevoli che la nostra energia troverà un sistema corposo su cui gli avvisi locali troveranno rispondenza in una nuova progettazione del nostro sentire. Per fare tutto questo non è necessario seguire un corso di strategie idratate con la crema del giorno e il burro cacao, è sufficiente rompere con la cosmetica di tutte le barriere che usiamo per proteggerci. Da chi? Noi siamo il nostro peggior nemico. Facciamo di tutto per restare all'interno delle categorie, delle mappe, delle trappole, come se fossimo sospesi sopra il cielo di Berlino. Se proprio dobbiamo cadere, meglio cadere nelle calze a rete di una norvegese in ghingheri coi tacchi a spillo che nella rete multibrevettata degli spam e dei social maquillage dove rimaniamo imprigionati in una specie di ebetudine che ci fa vivere di luce riflessa. Scegliamo la sensualità di una passante sul passante che porta all' Isola che c'è, in qualche negozio d'antiquariato dove restaurare l'aspetto patinato delle nostre clausure. La cerimonia dello sguardo non è una pittura antigraffio per difenderci dagli spifferi d'ordinaria amministrazione. Uno sguardo immaginale provoca lo spostamento del soggetto verso il riconoscimento dell'oggetto che ci seduce e ci esalta, non per accelerazione del battito nell'estasi metafisica del finale, quando l'estensione concava ci avvolge nella sua seta, e sete di carne, ma nell'affascinante fusione di occhi che incrociano altri occhi e trovano, in questa autentica vertigine, una sublime leggerezza senza impunture di sorta. Con questi chiari di luna?, potrebbe
essere l'obiezione. Sì, slacciate la coulisse, e prendete il primo volo a disposizione.
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