Vorrei prendere spunto dall'intervento di Fabio Botto nel finale del suo testo, quando parla dell'immaginale. Il racconto "Caccia al cinghiale", nella sua brevità si offre come un pre-testo per seminare indizi e raccogliere immagini, al di là delle sequenze che compongono il racconto, di per sè lineare, oserei dire cinematografico perchè nel leggerlo il piano semantico è scorrevole e parallelo a ciò che uno immagina mentre le parole scorrono e "vanno a caccia" non solo di significati meta-linguistici, ma di una visione d'insieme dove il senso delle frase, delle frasi, non è un accumulo di "onde" tese a infrangersi sul finale, ma imporre un gioco visivo che consiste nel vedere quello che in apparenza non si vede. La magia dell'immaginale è scoprire d'incanto, insieme agli altri, questa presa diretta sui colori, sulle atmosfere che si vengono a creare, sugli stati emozionali che le deviazioni dei personaggi innescano, quasi a comporre una trama da sciogliere per ricomporre il filo del discorso. Come in tutti i racconti che si rispettano, verso la fine assistiamo a un cambiamento di posizione dei personaggi, quella che in gergo aeronautico si potrebbe definire " una virata",che fa cambiare al lettore la prospettiva di quello che s'immaginava, e invece cambia, e accade, fa accadere qualcosa di diverso, di profondo, e qui siamo in piena letteratura. La lettura immaginale viceversa, cambia la matrice dello sguardo e la sua interpretazione, aggiunge linee di contorno che non t'aspettavi, estingue un percorso e ne crea un altro. Se dovessimo fare un gioco dei colori, il nero del cinghiale è sì un corpo facile da immaginare, soprattutto per l'imminenza della morte, ma è altrettanto una sofferenza permeabile e senza voce, qualcosa che si apre sull'abisso dell'inconoscibile dove il bianco del presente si ribalta nel suo opposto. L'immaginale apre la superficie dei contorni, origina spiragli di luce e di ombre, rotola nel fango e nel sangue, ci fa precipitare nell'agonia dell'animale ma non come pure effetto di un gesto, uno sparo, una lama che si conficca da qualche parte. Il flusso del sangue è un flusso che apre immagini togliendole dal vuoto, dal bianco dell'attesa, da quelle fette di spazio che ognuno occupa secondo i propri desideri o le proprie mancanze, come se la carne fosse una formula per estrarre vibrazioni che danno origini a disegni, schizzi, incisioni. Qualcosa che serve a lasciare un segno. Non nella visibilità del corpo inerme, o del terreno, ma dentro di noi. La morte dell'altro non chiude, apre i nostri occhi sulla possibilità di un rovescio, ri-animare gesti e suoni in contrassegno per riprenderci il bianco, il rosso, il nero, e sfumarli in una geometria di specchi dove la nostra immagine finalmente riacquista un respiro e ci ri-posiziona sul battito, sull'ora di quel sentire di cui avevamo perso le tracce. Deporre le armi, seguire una nuvola, lasciando che la polvere si porti via tutte le variabili del sembiante, per restituirci il fondo delle cose. Un po' come dividere l'economia degli affetti dalla loro riproduzione nel quotidiano. Dragare verso qualcosa che resta fuori tiro, che ci sfugge, e grazie a questa imprevedibilità illumina scene che ci attirano dietro le quinte del palco.Come attori che non hanno bisogno di vedersi, trattenuti da una voce interiore che li guida verso l'approdo, o la deriva, di un altro sguardo.
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